Se è canapa, non è marijuana

hemp

Non ho mai visto tanta confusione e tante interpretazioni sbagliate come quelle perpetuate sulla Cannabis sativa in internet. Ringrazio “la Repubblica” che in un titolo è riuscita a sconvolgere anni interi di dibattiti culturali e politici.

Qual è il problema? La distinzione tra Cannabis sativa stupefacente e Cannabis sativa da fibra. Purtroppo come scriveva Ernest Small, è un problema di specie poiché sia la varietà da fibra che quella ad uso ricreazionale appartengono alla stessa specie e sono analoghe a livello vegetativo.

A partire però dagli anni ’30 c’è stata la cruciale esigenza giuridica di dare una distinzione lessicale alle due piante, per cui ci fu il termine marijuana per indicare la cannabis ad alto contenuto del principio attivo psicotropo (THC) capace di avere effetti stupefacenti, mentre canapa si rivolge alla cannabis da fibra utilizzata a livello industriale con un contenuto di THC pari o inferiore allo 0,3% (contenutonon in grado di causare effetti psicoattivi) e con un contenuto variabile in CBD (cannabinoide non psicotropo).

La distinzione è stata indicata da Ernest Small nel 1971 su base legale, infatti il limite di 0,3% non è stato deciso valutando il contenuto effettivo di THC necessario per avere un effetto stupefacente, ma un contenuto ritenuto “sicuro” e da allora scelto in modo arbitrario come limite ufficiale, lo sparti acque tra marijuana e canapa che si è imposto nel nostro pensiero. Ora, il termine politicamente evoluto di marijuana è cannabis o Cannabis sativa.

Le differenze scientifiche ci sono, sono state definite e scoperte: le forme enzimatiche responsabili della biosintesi del THCA (forma acida del THC osuo precursore) e del CBDA (forma acida del cannabidiolo), rispettivamente THCA sintasi e CBDA sintasi, sono presenti in entrambe le piante ma attive diversamente. Questo in definitiva porta una pianta ad accumulare più THCA rispetto a CBDA e viceversa. Non è solo questo: recentemente è stata identificata una variante nella THCA sintasi della canapa rispetto alla cannabis che fa sì che la prima sia meno attiva dellaseconda. Questa scoperta pone le basi per distinguere in modo inconfutabile la cannabis stupefacente dalla canapa da fibra senza andare a valutare il contenuto finale di THC (per questo è necessario aspettare la maturazione dei fiori), ma servendosi di un’analisi PCR che valuta il polimorfismo enzimatico.

La canapa ha una lunga tradizione ed uso a livello industriale e sentire qualcuno che parla di Eletta Campana come una “marijuana light” mi viene in mente il caffè decaffeinato, la birra senza alcol quando non è così perché all’Eletta Campana non è stato tolto il THC, l’Eletta Campana è una canapa da fibra e nasce già con un contenuto estremamente basso di THC tanto da non dare effetti psicoattivi. Se poi ve la volete fumare, volete usarla per raccogliere i semi e farci l’olio, la farina, le corde, la carta, i cosmetici…fate pure, ma non chiamatela marijuana.

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