Il mortale riso sardonico

 

maschera sardonica

Maschera sardonica

La famiglia delle Apiaceae comprende circa 3000 diverse specie tra cui importanti piante alimentari (finocchio, sedano, prezzemolo, anice), piante usate come spezie (cumino, coriandolo) e poi la cicuta e l’enante, importanti sì: per gli avvelenamenti che possono causare.

Tutti sanno che la cicuta è velenosa e che le sue intossicazioni possono essere anche mortali, ma pochi conoscono l’enante, una pianta la cui tossicità non è seconda alla cicuta né per pericolosità, né per rilevanza storica.

Il genere Oenanthe comprende specie che hanno il loro habitat in prossimità di luoghi umidi e paludosi come stagni, argini di fiumi, sorgenti e acquitrini. Le piante appartenenti a tale genere non sono tutte tossiche, ma quelle che crescono in Italia sì come lo ha precisato bene il Pignatti nella sua Flora Italica: “Tutte le specie del genere Oenanthe sono velenose per l’uomo e per gli animali superiori”, in particolar modo l’Oenanthe crocata L., oltre ad essere la più diffusa, la specie più importante a crescere in Italia, è anche la più studiata a livello antropologico e scientifico.

Oenanthe crocata, che cosa abbia di così tanto particolare, pochi lo sanno. Eppure tutti conoscono il detto “ridere sardonicamente” inteso come modo di ridere falso e beffardo. Quale connessione esiste tra questa pianta, il riso, la sua tossicità e i gli antichi abitanti della Sardegna?

Testi scritti riportano che in una Sardegna pre-Romanica esisteva una particolare forma di “welfare” destinata agli anziani: una volta non più capaci di badare a loro stessi, erano intossicati con una pianta velenosa, chiamata herba sardonica (Oenanthe crocata) per poi essere buttati giù da un dirupo. Esistono tracce di questo rito nella toponomastica dell’isola tanto che in Ogliastra è documentata l’espressione di portare “is beccius a sa babaieca” cioè “i vecchi alla roccia a picco” e ad Urzulei esiste un picco a strapiombo denominato “pigiu de su becciu” che significa “picco del vecchio”. Al sopraggiungere della morte, il precedente avvelenamento da enante, provocava una contrazione dei muscoli facciali scoprendo i denti e mimando un macabro sorriso denominato appunto “riso sardonico”. Da un punto di vista simbolico, questo riso rappresentava un’esaltazione alla vita e al ricambio della vita stessa. In parole più semplici e tristi: se ridono vuol dire che sono felici, quindi era la cosa giusta da fare.

Il riso sardonico non è stato prerogativa solo delle antiche popolazioni della Sardegna, Omero ne porta testimonianza nell’Odissea (XX v. 301) ed è stato discusso anche da autori classici tra cui Plutarco e Zenobio. Lo storico Timeo di Tauromenio scriveva che esisteva un’erba che chi ne mangiava “veniva colpito da un crampo ed emetteva controvoglia un riso per poi morire in tale atteggiamento”. Lo stupore e la curiosità degli antichi per il riso sardonico era molta a tal punto da raffigurarlo in rappresentazioni grottesche denominate “maschere ghignanti” in cui i lineamenti facciali sono deformati e distorti da un riso innaturale, quasi demoniaco. Queste maschere sono state ritrovate negli esistenti insediamenti fenici di Mozia in Sicilia e nei pressi di Cagliari in Sardegna.

Vediamo da vicino la protagonista, l’Oenanthe crocata L.: ha foglie molto simili al prezzemolo e la classica infiorescenza bianca ad ombrello tipica delle Apiaceae. Ha tuberi di colore chiaro, dalla forma ovoidale e carnosa, raggruppati fra di loro da renderli simili alle dita di una mano tanto da essere chiamati

Oenanthe crocata

Oenanthe crocata L.

comunemente “dead man’s finghers” nei paesi anglofoni. I fusti sono tubulosi e scanalati e, se tagliati,

Oenanthe_crocata tuberi

Tuberi di Oenanthe crocata

emettono un succo giallastro. La pianta fiorisce da maggio a luglio ed è paradossalmente dolce e di profumo gradevole. Il suo nome, enante, deriva dal greco ainos (vino) e anthos (fiore) ma non è ben chiaro se sia dovuto all’odore della pianta o all’iniziale sensazione di stordimento che si verifica in seguito ad intossicazione.

La tossicità dell’enante è dovuta alla tossina che dalla pianta stessa prende il nome: enantotossina e ai suoi derivati presenti in minor quantità (2,3-diidrossienantotossina, 14-osso-

enantotossina

Enantotossina

deidrodeossienantotossina, enantetolo, enantetone), tutti poliacetileni a 17 atomi di carbonio che molto hanno in comune con la cicutossina
dell’omonima pianta. La tossina si concentra soprattutto nei tuberi e non si deteriora al seccare delle radici. I sintomi legati all’intossicazione compaiono in 30-45 minuti e sono caratterizzati da debolezza,

Cicutossina

Cicutossina

abbondante salivazione, nausea, tremori, crampi addominali e vomito. Possono manifestarsi convulsioni e crisi epilettiche seguite da episodi di apnea. In casi di gravi intossicazioni, la morte può sopraggiungere dopo 3 ore dall’ingestione per arresto respiratorio. Tutti questi sintomi sono dovuti principalmente alle due maggiori tossine della pianta: l’enentotossina e la 2,3-diidrodeossienentotossina il cui meccanismo d’azione è stato recentemente scoperto e che consiste nel blocco della risposta GABAergica con una EC50 micromolare in culture cellulari neuronali. Fortunatamente i casi di intossicazione sono rari per l’uomo ma non per gli animali da pascolo perché la pianta spunta nei prati abbastanza celermente, è di sapore dolciastro e si trova proprio in prossimità di fonti d’acqua.

Gli effetti di questo antico veleno sono stati, e sono, così peculiari da attribuire un significato simbolico che si è tramandato dall’antichità ai giorni nostri ed è presente in espressioni e in modo di dire quotidiani. Tuttavia la reale genesi del “riso sardonico” è stata persa nel tempo. La moderna fitochimica, unita a saggi biologici, ha riportato alla luce tali origini e ne ha svelato il motivo.

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