Siamo quello che mangiamo?

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Nel 1910 circa, un taglialegna americano si alzava alle 5:30 del mattino e si preparava la colazione: una bella bistecca, mezza dozzina di uova accompagnate da bacon e patate fritte, dolcetti vari, avena, prugne stufate. Durante la giornata consumava 4, 5 volte pasti di questo tipo (J. Jones, Trees, Reader’s Digest, 1993, p. 138). Beh, era un taglialegna e la sua aspettativa di vita per il duro lavoro era di poco superiore ai 50 anni.

Le cose cambiano ed il consumo energetico quotidiano è crollato da 3000 a 1800 Kcal/die in meno di 100 anni! E’ evidente a tutti che mangiamo di meno e questo porta ad assumere meno fitonutrienti. Le conseguenze sono:

  1. Disconnessione fra raccomandazioni dietetiche e diminuzione drammatica del fabbisogno calorico dello stile di vita attuale. Ad esempio: è difficile consumare frutta e verdura 5 volte al giorno ed avere un adeguato apporto proteico se il nostro stile di vita ci porta a mangiare di meno.
  2. Difficoltà nel mantenere un peso corporeo salutare e una corretta assunzione di vitamine, minerali e fitonutrienti (micronutrienti). (Chem. Res. Toxicol. 2007, 20, 572-576)

Purtroppo i nostri problemi non finiscono qui, perché le varietà moderne di piante sono impoverite di fitonutrienti a causa della pressante selezione agricola. Quando si va a fare la spesa, ci si trova di fronte ad una perfetta, ordinata, coloratissima esposizione di frutta e verdura bella da vedere, senza un difetto e soprattutto dolce, deliziosa e succosa. Attenzione perché le specie moderne sono state selezionate per fattori quali dimensione, succulenza e resa, e la loro palatabilità è stata aumentata sopprimendo la produzione di difese naturali, sostituite con pesticidi di sintesi.

Le piante “organiche” e cioè le piante degli orti, sono coltivate senza (o con una ridotta) protezione di pesticidi, hanno bisogno di un maggior grado di auto-difesa, ed hanno in generale un contenuto maggiore di fitonutrienti rispetto alle piante “non organiche”.

La monotonia e povertà di sostanze si tramanda attraverso la catena alimentare. Il latte di mucche di allevamento è impoverito di fitonutrienti rispetto a quello della mucche al pascolo. Gli animali allevati in modo intensivo sono nutriti con mangimi costituiti per la maggior parte da grano e mais. Se le mucche da allevamento mangiano tutti i giorni sempre le stesse monocotiledoni, che non sono particolarmente ricche di nutrienti, il loro latte e i prodotti da esso derivati, non saranno ricchi di fitonutrienti. Al contrario sarà il latte delle mucche che pascolano liberamente e che possono avere a disposizione una grande varietà di erbe e piante diverse di cui nutrirsi.

Non possiamo però biasimare gli allevatori se anche la maggior parte dell’assunzione calorica della dieta occidentale deriva da solo 4 specie vegetali (grano, riso, soya, mais). Il supporto nutrizionale della nostra dieta risulta quindi essere molto stretto.

Pensate che una piccola carenza di micronutrienti derivanti da ciò che mangiamo non possa fare poi così tanto male? Non è così che la pensa il Prof. Bruce Ames del Childrens Hospital Oakland Research Institute dell’Università della California. Ames ipotizza che la carenza di micronutrienti porti a malattie cronico-degenerative e spiega che la selezione naturale favorisce la sopravvivenza nell’immediato rispetto alla salute a lungo termine. Il nostro organismo attiverebbe un meccanismo che favorisce la produzione di ATP a scapito della riparazione del DNA, i globuli rossi rispetto a quelli bianchi, il cuore rispetto al fegato. Tale risposta accelera le malattie cronico-degenerative, quali cancro, decadimento cerebrale ed invecchiamento prematuro. (Ames, B.N. PNAS 2006, 103, 17589-17594).

Ames mette in luce particolari casi di malnutrizione sottolineando che gli americani che assumono meno della dose essenziale richiesta giornalmente di vitamina E è pari al 90%, di vitamina C il 30% e di magnesio il 56%.

Non c’è da stupirci se comunque il maggior caso di malnutrizione riguarda la carenza di ferro tipica di popolazioni che basano la loro alimentazione sul riso.

Sempre a proposito di malnutrizione a livelli quasi mortali concludo descrivendovi quello che è stato il panino preferito da Elvis Presley. Il cantante, al momento della sua morte, pesava 150 kg ed era alto 180 cm. Elvis era molto goloso di Fool’s Gold Loaf, un panino preparato dal cuoco Carl Naccarato della Cassano Grocery di Denver a tal punto da usare il suo personale jet per farselo portare. Come era preparato?

Un filone di pane senza mollica, un intero barattolo di marmellata d’uva, un barattolo di burro di arachidi ed un panetto di burro, 500 g di bacon. Il tutto cotto in forno. Buono…da morire!

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