Non solo THC

 

Federica Pollastro Fitochimica della Cannabis sativa

 

La Cannabis sativa L. è sempre stata una pianta sorprendente per l’importanza storica che ha avuto, per l’innegabile impatto sociale che ha. Non è facile parlarne perché divide in favorevoli al suo utilizzo e contrari. Una cosa è certa: è una pianta dalle mille potenzialità non solo benefiche, non solo in ambito farmacologico ma anche alimentare ed industriale. Da alcuni anni a questa parte si sta cercando di “sdoganare” un concetto fondamentale: nella cannabis non esiste solo il THC ma altri cannabinoidi, altri derivati fenolici, altri terpenoidi senza potere psicotropo, tuttavia non meno importanti.

Se siete tra coloro che pensano che la C. sativa debba le sue potenzialità esclusivamente al THC, allora perché alcune tra le più promettenti molecole a livello farmacologico non derivano dal THC ma da altri cannabinoidi non-psicotropi come derivati del CBG e del CBD? Senza contare le molteplici applicazioni dello stesso CBD

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Se è canapa, non è marijuana

hemp

Non ho mai visto tanta confusione e tante interpretazioni sbagliate come quelle perpetuate sulla Cannabis sativa in internet. Ringrazio “la Repubblica” che in un titolo è riuscita a sconvolgere anni interi di dibattiti culturali e politici.

Qual è il problema? La distinzione tra Cannabis sativa stupefacente e Cannabis sativa da fibra. Purtroppo come scriveva Ernest Small, è un problema di specie poiché sia la varietà da fibra che quella ad uso ricreazionale appartengono alla stessa specie e sono analoghe a livello vegetativo.

A partire però dagli anni ’30 c’è stata la cruciale esigenza giuridica di dare una distinzione lessicale alle due piante, per cui ci fu il termine marijuana per indicare la cannabis ad alto contenuto del principio attivo psicotropo (THC) capace di avere effetti stupefacenti, mentre canapa si rivolge alla cannabis da fibra utilizzata a livello industriale con un contenuto di THC pari o inferiore allo 0,3% (contenutonon in grado di causare effetti psicoattivi) e con un contenuto variabile in CBD (cannabinoide non psicotropo).

La distinzione è stata indicata da Ernest Small nel 1971 su base legale, infatti il limite di 0,3% non è stato deciso valutando il contenuto effettivo di THC necessario per avere un effetto stupefacente, ma un contenuto ritenuto “sicuro” e da allora scelto in modo arbitrario come limite ufficiale, lo sparti acque tra marijuana e canapa che si è imposto nel nostro pensiero. Ora, il termine politicamente evoluto di marijuana è cannabis o Cannabis sativa.

Le differenze scientifiche ci sono, sono state definite e scoperte: le forme enzimatiche responsabili della biosintesi del THCA (forma acida del THC osuo precursore) e del CBDA (forma acida del cannabidiolo), rispettivamente THCA sintasi e CBDA sintasi, sono presenti in entrambe le piante ma attive diversamente. Questo in definitiva porta una pianta ad accumulare più THCA rispetto a CBDA e viceversa. Non è solo questo: recentemente è stata identificata una variante nella THCA sintasi della canapa rispetto alla cannabis che fa sì che la prima sia meno attiva dellaseconda. Questa scoperta pone le basi per distinguere in modo inconfutabile la cannabis stupefacente dalla canapa da fibra senza andare a valutare il contenuto finale di THC (per questo è necessario aspettare la maturazione dei fiori), ma servendosi di un’analisi PCR che valuta il polimorfismo enzimatico.

La canapa ha una lunga tradizione ed uso a livello industriale e sentire qualcuno che parla di Eletta Campana come una “marijuana light” mi viene in mente il caffè decaffeinato, la birra senza alcol quando non è così perché all’Eletta Campana non è stato tolto il THC, l’Eletta Campana è una canapa da fibra e nasce già con un contenuto estremamente basso di THC tanto da non dare effetti psicoattivi. Se poi ve la volete fumare, volete usarla per raccogliere i semi e farci l’olio, la farina, le corde, la carta, i cosmetici…fate pure, ma non chiamatela marijuana.

Uso il dolcificante, eppure ingrasso!

dolcificante-non-nutritivo

 

Se siete tra coloro che: “La vita è troppo amara per non zuccherare il caffè, ma scelgo il dolcificante perché devo perdere peso”, forse state riponendo le vostre speranze nella sostanza sbagliata. Purtroppo non sempre i dolcificanti potranno soddisfare le vostre aspettative, per cui invocare l’aspartame, il sucralosio, la saccarina, il rabaudioside A e qualunque altro alimento dolce ma non-nutritivo (ipocalorico) che abbia il potere di addolcire la vostra bevanda, non solo è inutile, ma anche svantaggioso.

L’impatto negativo che una dieta troppo calorica, data dal consumo di bevande zuccherate e di alimenti dolci, ha sulla salute di ciascuno di noi è evidente. Non serve che io ve lo spieghi. Senza alcuna ombra di dubbio l’utilizzo dei surrogati allo zucchero diminuisce le calorie complessive dei cibi e delle bevande. E che cosa vi aspettate da questo? Meno energia, diminuzione di peso assicurato. Tuttavia non sempre è così. Come direbbe qualcuno: “Dimagrire? Lo stai facendo nel modo sbagliato!”

Gli aspetti negativi non si fermano solo ad un sacrificio sprecato: recenti studi hanno messo in evidenza come l’assunzione di dolcificanti non solo possa incrementare un eccessivo assorbimento di calorie con il conseguente aumento di peso corporeo, ma incrementi anche il rischio di obesità, sindrome metabolica, maggior incidenza di diabete di tipo 2, ipertensione e malattie cardiovascolari specialmente in età adulta.

Come può accadere questo? Perché?

Ancora oggi è difficile interpretare gli effetti che i dolcificanti artificiali hanno sul nostro equilibrio corporeo, ma alcune relazioni causa-effetto sono state chiarite.

Sebbene la “vicenda” sia ben poco facile da spiegare, può essere semplificata in questo modo:

I sapori dolci evocano nel nostro organismo numerose risposte fisiologiche destinate a mantenere un equilibrio (omeostasi) energetico. Quando mangiamo qualche cosa che abbia un gusto dolce (sia calorico che non calorico), noi avvisiamo l’organismo che stanno per arrivare delle calorie e l’organismo si prepara ad accoglierle, ad assorbirle e a facilitarne l’utilizzo. È fisiologico, come quando sentiamo un buon profumino di cibo e ci viene l’acquolina in bocca.

Che cosa succede se usiamo un dolcificante? Il gusto dolce predispone l’organismo a delle calorie che si aspetta giungano ma che, in definitiva, non arriveranno. Questo “inganno” ha diverse conseguenze: si indebolirà l’efficienza di utilizzo delle calorie, diminuirà tutta la cascata di eventi che porta al senso di sazietà facendoci assumere ancora più cibo e predisponendo il nostro corpo ad un maggior assorbimento calorico.

Pensate per un momento al risultato finale se questo tipo di dieta dovesse essere intervallato dall’assunzione di bevande o cibi ipercalorici: il nostro corpo assumerebbe tutta l’energia possibile senza riuscire ad utilizzarla al meglio. In poche parole: i dolcificanti possono essere adipogeni. Possono farci ingrassare.

Quale lezione possiamo portarci a casa? Sicuramente che “dimagrire è amaro”, sotto ogni punto di vista. Se proprio non potete fare a meno del gusto dolce, siate onesti con il vostro organismo: usate del tradizionale zucchero, o meglio del miele e cambiate le vostre abitudini, prima di essere costretti a farlo.

Se volete approfondire di più l’argomento: “Artificial sweeteners produce the counterintuitive effect of inducing metabolic derangements” Susan E. Swithers

Cannabis e Beam test

I processi di screening fitochimico sono dei test effettuati su materiali vegetali, droghe, residui di vegetali, estratti o derivati per molteplici scopi. Ad esempio possono identificare l’identità del nostro materiale vegetale, verificare la presenza/assenza dei principi attivi nella matrice vegetale o all’interno di un suo derivato.

Possono anche aiutare ad identificare piante stupefacenti o sostanze con effetto psicotropo di natura sia vegetale che sintetica.

A tale proposito avete mai sentito parlare di Beam test? E’ un saggio che nasce circa un centinaio di anni fa e che è ancora utilizzato dalle Forze dell’Ordine e non solo per identificare la Cannabis sativa L.

Non mi dilungo sulla natura della cannabis: come voi ben sapete (sicuramente i miei studenti…se hanno studiato) esistono molti chemiotipi (varietà) di cannabis in cui la concentrazione della sostanza responsabile dell’effetto psicotropo (il cannabinoide THC) varia enormemente. Per semplicità si possono distinguere due principali chemiotipi: la Cannabis sativa psicotropa contenente THC in concentrazione variabile e la varietà non psicotropa, meglio nota come canapa, che ha un contenuto di THC inferiore o uguale a 0.2%. Esistono però anche altri cannabinoidi ad attività non psicotropa contenuti in entrambi i chemiotipi di cannabis tra cui il CBD ed il CBG.

Ritorniamo al test di Beam. Come si effettua? Semplice e rapido: si prelevano alcuni grammi di materiale vegetale, si sminuzzano e si estraggono con dell’etere di petrolio. L’etere di petrolio è poi evaporato ed il residuo è sciolto in una soluzione al 5% di KOH in etanolo. Se dopo mezz’ora noterete che la vostra soluzione alcolica assume un colore viola, allora il materiale vegetale da voi esaminato è proprio cannabis. Ma quale? La varietà psicotropa o la varietà non psicotropa? Sì, perché il test di Beam è purtroppo specifico per la cannabis, ma non per il THC visto che a dare la colorazione non è il THC ma gli altri cannabinoidi: il CBD ed il CBG che psicotropi non sono!

Che cosa accade? Il CBD (e così anche il CBG) in una soluzione basica si ossida dando un chinolo (Fig. 1)

Reazione CBD

Fig. 1 Formazione CBD-chinolo

che è responsabile dell’intensa colorazione (Fig. 2).

Beam test

Fig. 2 La provetta di colore viola è una soluzione alcolica al 5% di KOH contenente CBD. La provetta incolore è una soluzione alcolica di CBD

Che cosa accade invece al THC? Niente, un bel niente.

In definitiva, a che cosa può servire il Beam test? A discriminare se il materiale vegetale preso in esame corrisponde a cannabis oppure se in un prodotto o derivato vegetale sono presenti CBD o CBG.

Il mortale riso sardonico

 

maschera sardonica

Maschera sardonica

La famiglia delle Apiaceae comprende circa 3000 diverse specie tra cui importanti piante alimentari (finocchio, sedano, prezzemolo, anice), piante usate come spezie (cumino, coriandolo) e poi la cicuta e l’enante, importanti sì: per gli avvelenamenti che possono causare.

Tutti sanno che la cicuta è velenosa e che le sue intossicazioni possono essere anche mortali, ma pochi conoscono l’enante, una pianta la cui tossicità non è seconda alla cicuta né per pericolosità, né per rilevanza storica.

Il genere Oenanthe comprende specie che hanno il loro habitat in prossimità di luoghi umidi e paludosi come stagni, argini di fiumi, sorgenti e acquitrini. Le piante appartenenti a tale genere non sono tutte tossiche, ma quelle che crescono in Italia sì come lo ha precisato bene il Pignatti nella sua Flora Italica: “Tutte le specie del genere Oenanthe sono velenose per l’uomo e per gli animali superiori”, in particolar modo l’Oenanthe crocata L., oltre ad essere la più diffusa, la specie più importante a crescere in Italia, è anche la più studiata a livello antropologico e scientifico.

Oenanthe crocata, che cosa abbia di così tanto particolare, pochi lo sanno. Eppure tutti conoscono il detto “ridere sardonicamente” inteso come modo di ridere falso e beffardo. Quale connessione esiste tra questa pianta, il riso, la sua tossicità e i gli antichi abitanti della Sardegna?

Testi scritti riportano che in una Sardegna pre-Romanica esisteva una particolare forma di “welfare” destinata agli anziani: una volta non più capaci di badare a loro stessi, erano intossicati con una pianta velenosa, chiamata herba sardonica (Oenanthe crocata) per poi essere buttati giù da un dirupo. Esistono tracce di questo rito nella toponomastica dell’isola tanto che in Ogliastra è documentata l’espressione di portare “is beccius a sa babaieca” cioè “i vecchi alla roccia a picco” e ad Urzulei esiste un picco a strapiombo denominato “pigiu de su becciu” che significa “picco del vecchio”. Al sopraggiungere della morte, il precedente avvelenamento da enante, provocava una contrazione dei muscoli facciali scoprendo i denti e mimando un macabro sorriso denominato appunto “riso sardonico”. Da un punto di vista simbolico, questo riso rappresentava un’esaltazione alla vita e al ricambio della vita stessa. In parole più semplici e tristi: se ridono vuol dire che sono felici, quindi era la cosa giusta da fare.

Il riso sardonico non è stato prerogativa solo delle antiche popolazioni della Sardegna, Omero ne porta testimonianza nell’Odissea (XX v. 301) ed è stato discusso anche da autori classici tra cui Plutarco e Zenobio. Lo storico Timeo di Tauromenio scriveva che esisteva un’erba che chi ne mangiava “veniva colpito da un crampo ed emetteva controvoglia un riso per poi morire in tale atteggiamento”. Lo stupore e la curiosità degli antichi per il riso sardonico era molta a tal punto da raffigurarlo in rappresentazioni grottesche denominate “maschere ghignanti” in cui i lineamenti facciali sono deformati e distorti da un riso innaturale, quasi demoniaco. Queste maschere sono state ritrovate negli esistenti insediamenti fenici di Mozia in Sicilia e nei pressi di Cagliari in Sardegna.

Vediamo da vicino la protagonista, l’Oenanthe crocata L.: ha foglie molto simili al prezzemolo e la classica infiorescenza bianca ad ombrello tipica delle Apiaceae. Ha tuberi di colore chiaro, dalla forma ovoidale e carnosa, raggruppati fra di loro da renderli simili alle dita di una mano tanto da essere chiamati

Oenanthe crocata

Oenanthe crocata L.

comunemente “dead man’s finghers” nei paesi anglofoni. I fusti sono tubulosi e scanalati e, se tagliati,

Oenanthe_crocata tuberi

Tuberi di Oenanthe crocata

emettono un succo giallastro. La pianta fiorisce da maggio a luglio ed è paradossalmente dolce e di profumo gradevole. Il suo nome, enante, deriva dal greco ainos (vino) e anthos (fiore) ma non è ben chiaro se sia dovuto all’odore della pianta o all’iniziale sensazione di stordimento che si verifica in seguito ad intossicazione.

La tossicità dell’enante è dovuta alla tossina che dalla pianta stessa prende il nome: enantotossina e ai suoi derivati presenti in minor quantità (2,3-diidrossienantotossina, 14-osso-

enantotossina

Enantotossina

deidrodeossienantotossina, enantetolo, enantetone), tutti poliacetileni a 17 atomi di carbonio che molto hanno in comune con la cicutossina
dell’omonima pianta. La tossina si concentra soprattutto nei tuberi e non si deteriora al seccare delle radici. I sintomi legati all’intossicazione compaiono in 30-45 minuti e sono caratterizzati da debolezza,

Cicutossina

Cicutossina

abbondante salivazione, nausea, tremori, crampi addominali e vomito. Possono manifestarsi convulsioni e crisi epilettiche seguite da episodi di apnea. In casi di gravi intossicazioni, la morte può sopraggiungere dopo 3 ore dall’ingestione per arresto respiratorio. Tutti questi sintomi sono dovuti principalmente alle due maggiori tossine della pianta: l’enentotossina e la 2,3-diidrodeossienentotossina il cui meccanismo d’azione è stato recentemente scoperto e che consiste nel blocco della risposta GABAergica con una EC50 micromolare in culture cellulari neuronali. Fortunatamente i casi di intossicazione sono rari per l’uomo ma non per gli animali da pascolo perché la pianta spunta nei prati abbastanza celermente, è di sapore dolciastro e si trova proprio in prossimità di fonti d’acqua.

Gli effetti di questo antico veleno sono stati, e sono, così peculiari da attribuire un significato simbolico che si è tramandato dall’antichità ai giorni nostri ed è presente in espressioni e in modo di dire quotidiani. Tuttavia la reale genesi del “riso sardonico” è stata persa nel tempo. La moderna fitochimica, unita a saggi biologici, ha riportato alla luce tali origini e ne ha svelato il motivo.

Cannabis sativa e pseudo-scienza

Cannabis sativa

 

La Cannabis sativa L. (canapa) è considerata una pianta unica per via della combinazione di storia, chimica, farmacologia, tossicologia e per il profondo impatto sociale. E’ discussa a livello sanitario, strumentalizzata a livello politico. Tutti ne parlano, ne scrivono con il risultato che chiunque crede di avere un’idea attendibile a riguardo, mentre sta solo navigando nella confusione di un sistema che premia la popolarità delle notizie e non l’attendibilità.

Per la maggior parte degli “pseudo-informati” esiste solo un tipo di cannabis: quella stupefacente ed è così che cannabis diventa sinonimo di spinello, droga, pianta ad attività psicotropa. Le persone si stupiscono quando dico loro che la cannabis, una delle prime piante coltivate dall’uomo, esiste anche come varietà non stupefacente: come non tutti i peperoni sono piccanti, così non tutte le cannabis sono psicotrope.

In origine la cannabis stupefacente era la varietà asiatica Cannabis indica, con il tempo sono state sviluppate delle varietà di C. sativa con una percentuale di principio attivo stupefacente (THC) maggiore della C. indica per cui questa distinzione ora non è più in uso.

Andiamo con ordine: esistono tre tipi di Cannabis sativa: non-psicotropa, medicinale e ricreazionale.

La C. sativa non-psicotropa? La conoscete bene, ma siete abituati a chiamarla canapa. Con la canapa si è fatto di tutto: corde molto resistenti e indeformabili, adatte a mantenere ferme le navi nei porti e descritte molto bene da Herman Melville nel suo romanzo “Moby Dick”. Carta pregiata: non ingiallisce con il passare del tempo poiché la concentrazione di lignina è bassa. Prima del 1900, quasi tutta la carta era prodotta a partire dalla canapa. In carta di canapa sono state stampate le Bibbie di Gutenberg nel Francobollo canapa1450, la Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, molte altre opere letterarie e le banconote. Non dimentichiamoci dei tessuti perché, prima di tutto, dalla canapa si produce una fibra tessile. Pensate che nel 1919 l’esportazione di canapa italiana rappresentava il 50% di tutte le esportazioni di canapa nel mondo.
E poi? Poi è successo che nel 1975 fu vietata la coltivazione della cannabis stupefacente e, considerando che la cannabis a THC è morfologicamente uguale alla canapa, furono introdotte delle normative severe per la coltivazione di canapa tessile con il risultato che il settore fu abbandonato.

Attualmente esistono associazioni che stanno riprendendo l’utilizzo della semi di canapacanapa soprattutto perché, a livello alimentare, molto preziosi sono i semi di canapa.
Ci sono almeno otto buoni motivi che li rendono un alimento perfetto:

  • Non contengono THC. La pianta, nei semi, non produce cannabinoidi che si presentano, in seguito a maturazione, solo nelle foglie e nelle infiorescenze.
  • Sono costituiti per un 25% da proteine facilmente digeribili. I fenomeni legati ad una possibile intolleranza sono minori di quelli dati dall’assunzione di soia.
  • Rappresentano una delle poche fonti naturali alimentari complete di tutti gli aminoacidi essenziali. Sono l’unico alimento (latte a parte) che da solo può sostenere la vita in termini di metabolismo primario.
  • Sono costituiti per un 30% di olio di cui l’80% è rappresentato da acidi grassi polinsaturi (PUFAs)
  • Sono una fonte eccezionale di acido linoleico (omega-6) e acido linolenico (omega-3)
  • Gli acidi grassi omega-6 e omega-3 sono contenuti secondo il rapporto ottimale per la nostra dieta compreso tre 2:1 e 3:1
  • Il rapporto è ottimale anche tra acido γ-linolenico (GLA) e acido stearidonico (SDA).

La canapa contiene THC? Pochissimo, in tracce pari o inferiori a 0.2% e pertanto considerato legale perché non arriva ad una concentrazione tale da poter avere effetti psicotropi. Contiene altri cannabinoidi? Certo: sono stati isolati e scoperti oltre 100 cannabinoidi anche se il mondo sembra considerare solo il THC. I più noti sono il CBG (cannabigerolo) ed i CBD (cannabidiolo) privi di azione stupefacente e con attività antibatterica importante tanto da essere attivi nei confronti di MRSA (S. aureus resistente alle meticilline). Il cannabidiolo ha attività antinfiammatoria e può ridurre, come vedremo in seguito, gli effetti indesiderati del THC nella cannabis medicinale.

La cannabis medicinale è una varietà di Cannabis sativa che, oltre a contenere il THC e quindi a presentare attività psicotropa, produce anche molti altri cannabinoidi tra cui il CBD. Attualmente l’unica forma disponibile in commercio, il Sativex®, è preparata utilizzando approssimativamente una miscela di THC e CBD in rapporto 1:1. Il CBD non è stupefacente perché segue un percorso diverso nel nostro corpo rispetto al THC, ma è fondamentale per un corretto uso terapeutico della cannabis perché è in grado di contrastare alcuni effetti indesiderati causati dal THC tra cui paranoia e ansia. La cannabis di questo tipo ha azione contro certe forme di dolore tra cui il dolore neuropatico verso il quale i comuni analgesici ed oppiacei hanno effetto quasi palliativo.  L’applicazione maggiore è per le forme di spasticità date dalla sclerosi multipla.

Purtroppo la Cannabis sativa ha subito molte modificazioni al triste fine di selezionare varietà ad uso prettamente ricreazionale con concentrazioni sempre maggiori di THC. Ne è un esempio la varietà “sinsemilla” che può raggiungere una concentrazione di THC pari al 35%. E’ impressionante se considerate che negli anni ’60 una concentrazione di THC compresa tra l’1 ed il 6% era già ritenuta altissima.

Se siete tra coloro che pensano che il consumo di cannabis ricreazionale non possa fare nulla di male e che non abbia effetti collaterali pericolosi, sarete molto delusi dal sapere che non è affatto così. Tra gli effetti che il THC “regala” in seguito alla sua assunzione troviamo, in ordine di comparsa: obesità, infertilità, impotenza, psicosi e schizofrenia. Nel marzo del 2007 il giornale britannico “The Indipendent” ha avuto in copertina il titolo “Cannabis: an apology” (Cannabis: scusateci) ritrattando la sua precedente posizione che, alcuni anni prima, lo vedeva favorevole alla classificazione della cannabis tra le droghe leggere non punibili dal momento che non era ancora stato definito il legame tra il consumo di cannabis ricreazionale e psicosi.

La cannabis è una pianta che possiede impressionanti potenzialità alimentari e medicinali. E’ necessario però restare ancorati a dati scientifici e non perdersi in false informazioni. L’abuso ricreazionale conferisce alla Cannabis sativa medicinale una “cattiva reputazione” e gravosi pregiudizi che, in definitiva, rallentano e ostacolano le innumerevoli applicazioni a livello medicinale.

Frutto vs succo di frutta

frutto e succo di frutta

La differenza che esiste tra mangiare un frutto o berne il succo è un po’ come leggere un romanzo o vederne il film.

La letteratura scientifica si è occupata della differenza di composizione tra frutto intero e succo e poi si è fermata qualche anno fa trovando inutile continuare in uno studio in cui i dati erano evidenti (Bolton et all., 1981; Cadden, 1987).

Evidenti sì, ma non per tutti.

Iniziamo a pensare a queste evidenze con un particolare elementare: il senso di sazietà che si prova mangiando un intero frutto è maggiore e dura di più rispetto al bere un succo. Infatti la spremuta elimina la buccia e buona parte della polpa andando a ridurre il contenuto delle fibre alimentari. Quante sono le fibre che perdiamo? Per ottenere 250 mL di succo di mela, sono necessarie 3 o 4 mele ciascuna delle quali contiene circa 3.75 g di fibre per un totale di 12-15 g (un giusto apporto quotidiano di fibre è 12-24 g). Quasi il 90% di queste fibre sono perse spremendo il frutto.

Quali sono le conseguenze? Si assumono più zuccheri che passano più rapidamente nel flusso sanguigno generando una risposta insulinica maggiore (dipendente anche dal tipo di frutto e dal suo contenuto in zucchero) con una possibile conseguente ipoglicemia che può verificarsi con sonnolenza, stanchezza, difficoltà nell’attenzione.

Le fibre, oltre a rallentare il passaggio degli zuccheri nel sangue prevenendo un’ipoglicemia, sono importanti perché possono essere metabolizzate dal microbiota intestinale e scisse in acidi grassi a catena più corta (SCFAs). Gli SCFAs sono in grado di attivare il recettore FFAR2 e 3 (free-fatty acid receptor) che stimola le cellule adipose a produrre leptina, ormone che aiuta a ridurre il peso corporeo.

Non si perdono solo le fibre durante la spremitura: alcune industrie farmaceutiche hanno realizzato dei prodotti contenenti i flavoni polimetossilati (tangeritina, esperidina, naringina) ad azione antiossidante nei confronti del colesterolo presenti nella parte bianca dell’arancia, quella parte che rimane sul vostro spremiagrumi.

Consideriamo che, talvolta, nei succhi ci sono zuccheri aggiunti e che può esserci una diluizione anche quando l’etichetta dichiara “100% polpa”. La situazione non migliora con le centrifughe e migliora di poco con i frullati che rompono le fibre rendendole meno efficaci nello svolgere le loro funzioni a livello intestinale.

Un consiglio: se non avete altra alternativa della spremuta di frutta, aggiungete la polpa rimanente al succo o usatela per cucinare. La stessa cosa vale anche per le verdure.