Maté, solo caffeina?

mateIl maté o yerba mate è un infuso che si ottiene dalle foglie di Ilex paraguariensis A. St. Hill. Può essere considerata una “bevanda nazionale” in Argentina e Brasile, quasi un rito, un po’ come il nostro caffè.

Considerando il maté ci siamo accorti che esiste un’altra bevanda: l’infuso di guayusa (Ilex guayusa Loes.), molto popolare in Colombia ed in Perù e che gode della stessa tradizione ed uso del suo “parente” argentino-brasiliano. Le sorprese non sono finite: investigando il profilo fitochimico di entrambe le piante abbiamo scoperto che guayusa e maté hanno una composizione simile: a parte per il mirabolante e quasi incredibile contenuto di caffeina dichiarato nel guayusa (oltre il 7.5%), entrambe le piante contengono gli stessi triterpeni: esteri delle amirine (oltre lo 0.5%) e acido ursolico (0.7-1%). Le due bevande sono sempre state considerate come fonti naturali di caffeina trascurando per anni la potenzialità della componente triterpenica che conferisce un effetto unico.

Infatti, estratti di guayusa e di mate sono in grado di attivare il recettore TGR5 coinvolto nella regolazione del metabolismo basale e nel consumo energetico con emergenti considerazioni che la sua modulazione potrebbe avere effetti benefici anche sul sistema immunitario. Quale molecola è responsabile dell’azione su TGR5? Non di sicuro la tanto declamata caffeina, ma l’acido ursolico, questo (fino ad ora) sconosciuto!

Ringrazio Samanta Golin, brasiliana co-autrice di questo manoscritto, nonché dottoranda presso in Dipartimento di Scienze del Farmaco, ci ha insegnato come si prepara il maté: rigorosamente nella “bombilla”, e bevuto con una particolare cannuccia di metallo…senza scottarsi!

A chi fosse interessato, auguri una buona lettura dell’articolo.

Bioactive triterpenoids from the caffeine-rich plants guayusa and maté

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Assenzio, tra mito e realtà

 

assenzio

 

Ogni volta che nomino l’Artemisia absinthium, la domanda che mi sento rivolgere è: “Ma è la pianta dell’assenzio?”

Sì, è esattamente quella e nonostante dalle artemisie si siano ottenuti e si facciano ancora oggi vari liquori e distillati, nessuno è mai stato così famoso e così discusso come l’assenzio. Mai nessuna altra bevanda alcolica è stata capace di lasciare un segno così indelebile nella società, nell’arte e nella letteratura.

La sua storia inizia con Pierre Ordinaire (1741-1821) che, per ragioni politiche, durante la rivoluzione francese, lascia la Francia per stabilirsi nella Svizzera occidentale, a Couvet. Pierre, come tutti i medici di quel tempo, utilizzava le erbe a sua disposizione per preparare medicinali. Siamo nel 1792 quando si interessa all’Artemisia absinthium L., la pianta è conosciuta ed è già utilizzata nella medicina tradizionale nonostante il suo gusto: è amarissima tanto che pensare alla realizzazione di un liquore non è possibile, sarebbe imbevibile. Il medico decide di distillarla per evitare le sostanze più amare che non distillano e basarsi sulla componente più volatile ed aromatica, ottiene così un preparato di colore verde chiaro-smeraldo dalla forte gradazione alcolica (68% vol). Il distillato però non ha quello che si definisce un sapore gradevole per cui lo aromatizza con anice, issopo, finocchio, dittamo e melissa e lo utilizza come “tonico”: l’assenzio.  Fu immediato successo e i successori di Pierre Ordinaire capirono ben presto l’elevato potenziale di guadagno: nel 1798, in Svizzera nasce la prima distilleria di assenzio, la Dubied Père et Fils e poi, in Francia nel 1805, la Pernod Fils. In poco tempo si passò ad una limitata e ben modesta produzione di distillato pari a 16 litri al giorno a 400 litri al giorno che raggiunsero i 20.000 litri al giorno nel 1850 e oltre 125.000 nel 1896.

L’assenzio non si ferma a semplice distillato preparato con metodiche universali poiché prevedeva diverse ricette che potevano variare a seconda della zona di produzione. Una volta raccolta, l’Artemisia absinthium era fatta essiccare e poi macerata in alcol etilico a 85% vol per 12 o 24 ore insieme ad altre erbe aromatiche come l’anice o il finocchio. Il macerato così ottenuto era diluito con acqua e poi distillato e, come ogni distillato vuole, si raccoglieva solo la parte centrale del processo di distillazione mentre le “teste” e le “code” erano eliminate. Il processo si interrompeva all’ottenimento di un distillato di grado alcolico pari a 60% vol al fine di evitare un sapore eccessivamente forte.  Ciò che si otteneva era un liquido incolore dall’odore intenso ed aromatico che era successivamente scaldato insieme ad altre erbe essenziere come altre artemisie, l’issopo o la melissa ad una temperatura compresa tra i 55-60 °C per evitare l’evaporazione dell’alcol insieme ai composti aromatici. Questo processo completava l’aroma del distillato e conferiva la tipica colorazione verde data dalle clorofille solubili in alcol.

Ma perché il consumo di assenzio aumentò quasi in misura esponenziale? Questo si verifica a causa di più fattori concomitanti durante il XIX secolo: le truppe francesi, durante l’occupazione dell’Algeria (1830-1847), erano solite utilizzarlo come medicinale in grado di prevenire gli stati febbrili, come antiparassitario o antisettico. I militari però portarono anche in patria la passione per questa bevanda alcolica che dilagò in tutta Francia grazie all’apertura di moltissimi bar, bistrot e caffetterie, permessa da una legge del 1860. Tutto questo costituì un passo importante: l’assenzio perde totalmente il suo uso medicinale per diventare una bevanda alcolica.

Al diffondersi dell’assenzio contribuì il concomitante calo della produzione del vino ed un conseguente aumento del suo costo dovuto ad un insetto parassita della vite, la fillossera, responsabile della morte di molti vitigni. Tutto questo favorì il consumo di bevande alcoliche più economiche tra cui “La Fée Verte” (La Fata Verde), come era soprannominato il distillato, che poteva essere bevuto perfino come aperitivo soprattutto tra le 17 e le 19 all’uscita dal lavoro, in quella che venne ribattezzata l’ora verde – l’heure verte.

Tuttavia, non si è in grado di capire bene la grandezza di questo fenomeno se non si presta attenzione alle cifre: nel 1874 in Francia furono consumati oltre 700 mila litri di assenzio che salirono ad un picco massimo di 220 milioni di litri nel 1912 corrispondenti ad un consumo medio annuo per abitante della Francia di circa 60 litri.

L’assenzio divenne un liquore nazionale, tutte le classi sociali ne facevano uso, tutti se lo potevano permettere. Il poverissimo sottoproletariato schiacciato da uno stile di vita estenuante, logorato dai duri turni di fabbrica, poteva accedere ad una bevanda alcolica come l’assenzio al fine di procurarsi una temporanea e fittizia via di fuga dalla soffocante situazione e dagli ambienti di vita malsani. Gli artisti spesso rifiutati della società borghese, emarginati e considerati perditempo, bevevano la fée verte per avere sollievo dai cattivi giudizi e anche come fonte di ispirazione. Molti sono stati gli artisti che hanno usato come soggetto per le loro opere l’assenzio: Vincent van Gogh, Henri de Toulouse-Lautrec, Edouard Manet, Degas, Verlaine, Rimbaud, Baudelaire, Oscar Wilde, Edgar Allan Poe, Picasso, Hemingway e molti altri ancora.

La fama dell’assenzio era ancor più ingigantita dal rituale proprio con cui si serviva: il distillato era versato in un apposito bicchiere sopra il quale era appoggiato un cucchiaino dalle specifiche scanalature con una zolletta di zucchero. Il procedimento, assecondato da vari accessori molto eterogenei, trasformavano un’operazione banale come il bere un alcolico in un rituale misterioso ed affascinante. Lo zucchero era necessario per ridurre il sapore amaro mentre l’acqua diluiva l’elevata gradazione alcolica che permetteva di mantenere gli oli essenziali in soluzione. La diluizione terminava alla comparsa della lattescenza o effetto louche, dovuto all’insolubilità in acqua degli oli essenziali.

assenzio effetto louche

Assenzio effetto louche

Il successo dell’assenzio in Europa fu clamoroso tanto quanto fu rapido il suo declino: in poco più di un decennio, l’assenzio scomparve. I motivi furono essenzialmente tre: la protesta contro il consumo di bevande alcoliche cominciata nei primi anni del 1900, la forte pressione dei produttori di vini francesi, ma soprattutto ci si accorse che il consumo di assenzio aveva raggiunto le dimensioni di un vero e proprio abuso, era preoccupante e coloro che ne abusavano iniziavano a mostrare segni quasi patologici. Ed è proprio con il termine “absintismo” che si definiva una supposta patologia causata da un cronico consumo di assenzio i cui sintomi caratterizzanti erano allucinazioni, delirio, ipereccitabilità, convulsioni e un profondo stato depressivo. Tuttavia il presunto absintismo divideva l’allora mondo scientifico: c’era chi sosteneva che l’assenzio fosse più pericoloso di tutti i liquori e distillati disponibili poiché in grado di causare delirio ed allucinazioni e chi, invece, attribuiva tale sintomatologia all’alcol assunto.

Una cosa è certa: l’olio essenziale di Artemisia absinthium contiene due monoterpeni chiamati α- e β-tujone in grado di provocare disturbi al sistema nervoso centrale se assunti a concentrazioni elevate (superiori a 100 mg/L). Ben presto tali molecole furono identificate come la diretta causa di absintismo. Gli studi eseguiti per dimostrare la tossicità dei tujoni furono però molto approssimativi e spesso mal eseguiti non considerando la profonda differenza che esiste tra olio essenziale di una pianta e distillato alcolico. Nonostante questo, l’assenzio venne bollato come una pericolosa droga psicoattiva e la considerazione si radicò a causa di molte campagne studiate nei dettagli per coinvolgere non solo il popolo, ma anche coloro che appartenevano ai ceti più istruiti.

Non ci fu più distinzione tra alcolismo ed absintismo, se mai ce n’era stata. L’incredibile diffusione del distillato ad elevata gradazione alcolica, il prezzo molto basso e l’ottenimento della bevanda utilizzando alcol di pessima qualità non rettificato in metanolo insieme a metodi assai discutibili che prevedevano l’aggiunta di sostanze come solfato di rame e tricloruro di antimonio, di certo peggiorarono la considerazione dell’assenzio.

Gli stessi viticoltori, per ovvi motivi economici, non tardarono ad indicare come bevitori di assenzio qualunque alcolista e nel 1905 si trovò il perfetto capro espiatorio: Jean Lanfray, contadino svizzero, dopo aver bevuto due litri di vino, crema di menta, vari bicchieri di brandy, caffè corretto con cognac, e due bicchieri d’assenzio, tornato a casa sterminò la famiglia. La causa di tale tragedia fu attribuita unicamente all’effetto tossico dato dai due bicchieri di assenzio. La strumentalizzazione della triste azione fu tale da parte della propaganda proibizionista di tutta Europa che tra il 1905 e il 1912, il consumo di assenzio venne bandito negli Stati Uniti ed in molti Paesi Europei. La Francia, impegnata nella Prima Guerra Mondiale, decise inoltre di vietare sia la vendita che la produzione del distillato preoccupata dall’indebolimento dei propri soldati. Così, nel 1915 l’assenzio esce definitivamente di scena.

Ma siamo sicuri che la colpa sia dei tujoni? Che l’absintismo esista? Questi discussi monoterpeni possono concentrarsi nell’olio essenziale dell’A. absinthium fino al 70% circa. La loro concentrazione però varia molto a causa di fattori esogeni che condizionano la produzione di composti naturali nella pianta ed in base ai chemiotipi (varietà) tanto che esistono chemiotipi privi di tujone (varietà spagnola dei Pirenei e varietà Toscana).

Non sono privi di tossicità, poiché possono causare convulsioni epilettiformi ad una dose per via orale pari a 192 mg/kg nei ratti, 230 mg/kg nel topo e 396 mg/kg nei porcellini d’India se somministrati puri. In base ai numerosi studi scientifici eseguiti per valutare la pericolosità dei tujoni, il comitato scientifico per l’alimentazione umana (SCF) ha concluso che gli esseri umani sono almeno altrettanto sensibili alla neurotossicità del tujone come gli animali da esperimento.

Tali molecole furono considerate responsabili dell’absintismo e questa credenza risiede in due errori principali: una (volutamente) erronea valutazione della loro concentrazione nella bevanda alcolica e la scarsa conoscenza degli effetti che l’abuso di alcol poteva produrre.

Gli studi scientifici eseguiti per poter identificare la concentrazione dei due monoterpeni nell’assenzio si rilevarono inadeguati, aspecifichi e poco applicabili alle piccole quantità. Non bisogna trascurare che tali studi furono anche poco oggettivi e sponsorizzati da coloro che desideravano la messa al bando del distillato. In base agli esperimenti eseguiti ne 1900, la concentrazione di tujone fu considerata pari a 260 mg/L, dato ottenuto su valutazioni empiriche direttamente dalla pianta fresca senza tenere in considerazione i processi di essicazione, macerazione e distillazione cui l’artemisia era sottoposta che diminuivano enormemente la quantità dell’olio essenziale e dei tujoni in esso contenuti.

Per avere un’adeguata valutazione della concentrazione dei tujoni è necessario attendere i dati forniti da tre studiosi intraprendenti, Padosch, Lachenmeier e Krӧner che nel 2006 ricrearono l’assenzio basandosi esattamente su antiche ricette risalenti alla Belle Époque. I tre ricercatori confermarono l’elevata concentrazione di tujone (67%) nell’olio essenziale di Artemisia absinthium fresca, ma dimostrarono anche come essiccazione, la macerazione e la distillazione cui è sottoposta la pianta al fine di ottenere l’assenzio riduca drasticamente i tujoni tanto da essere presenti nel distillato finale ad una concentrazione media corrispondente a 50-100 volte al di sotto del limite per causare convulsioni.

Infine, secondo gli attuali metodi di preparazione e a seconda del tipo di diluizione della bevanda alcolica, la quantità di tujone può variare da un minimo di 0,014 mg/L ad un massimo di 28,5 ± 1,6 mg/L per un prodotto distillato. In base a queste considerazione, l’Unione Europea ha imposto un limite nella concentrazione di tujone nelle bevande alcoliche pari a 35 mg/L ma è da notare che il 95% dei campioni ottenuti per distillazione da A. absinthium, non superano tale valore, come era prevedibile in base alle valutazioni fatte.

Per tanto, si potrebbe definire l’absintismo uno tra i più grandi “fake” storici poiché l’attuale letteratura scientifica ha ampiamente fornito giustificazioni che la concentrazione di tujone in assenzio nel XIX secolo non era tale da provocare alcun effetto legato all’absintismo i cui sintomi erano difficoltà nel parlare, tremori, disturbi del sonno, asocialità, disordini mentali, allucinazioni visive ed uditive, convulsioni. Sintomi, che se ci si ferma un attimo a pensare, sono del tutto analoghi a quelli dell’alcolismo. Questi dati scientifici devono essere uniti alla considerazione che i dati ospedalieri e le analisi cliniche alla fine del 1800 e inizi del 1900 erano del tutto descrittive e a volte speculative. Inoltre, dato molto importante, non erano ancora noti con certezza i danni provocati dal consumo smoderato di alcol. Infatti la definizione di “alcolismo”, utilizzata nel 1849 dal fisico svedese Magnus Huss, fu delineata a livello medico solo alla fine del XVIII secolo per finire poi con il proibizionismo nel 1920 che si basava non tanto su rilevanza scientifica, ma su questioni di moralità e su conseguenze di tipo sociale.

In definitiva, nonostante l’assenzio sia stato condannato, le sue proprietà psicoattive sembrano essere state eccessivamente sopravvalutate e la sua tossicità è essenzialmente dovuta all’abuso di alcol.

Ringrazio il Dott. Roberto Casnici per aver contribuito alla stesura di questo articolo con la sua tesi “Artemisia absinthium L.: fitochimica, mito e realtà” di cui sono stata relatrice.

Non solo THC

 

Federica Pollastro Fitochimica della Cannabis sativa

 

La Cannabis sativa L. è sempre stata una pianta sorprendente per l’importanza storica che ha avuto, per l’innegabile impatto sociale che ha. Non è facile parlarne perché divide in favorevoli al suo utilizzo e contrari. Una cosa è certa: è una pianta dalle mille potenzialità non solo benefiche, non solo in ambito farmacologico ma anche alimentare ed industriale. Da alcuni anni a questa parte si sta cercando di “sdoganare” un concetto fondamentale: nella cannabis non esiste solo il THC ma altri cannabinoidi, altri derivati fenolici, altri terpenoidi senza potere psicotropo, tuttavia non meno importanti.

Se siete tra coloro che pensano che la C. sativa debba le sue potenzialità esclusivamente al THC, allora perché alcune tra le più promettenti molecole a livello farmacologico non derivano dal THC ma da altri cannabinoidi non-psicotropi come derivati del CBG e del CBD? Senza contare le molteplici applicazioni dello stesso CBD

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Se è canapa, non è marijuana

hemp

Non ho mai visto tanta confusione e tante interpretazioni sbagliate come quelle perpetuate sulla Cannabis sativa in internet. Ringrazio “la Repubblica” che in un titolo è riuscita a sconvolgere anni interi di dibattiti culturali e politici.

Qual è il problema? La distinzione tra Cannabis sativa stupefacente e Cannabis sativa da fibra. Purtroppo come scriveva Ernest Small, è un problema di specie poiché sia la varietà da fibra che quella ad uso ricreazionale appartengono alla stessa specie e sono analoghe a livello vegetativo.

A partire però dagli anni ’30 c’è stata la cruciale esigenza giuridica di dare una distinzione lessicale alle due piante, per cui ci fu il termine marijuana per indicare la cannabis ad alto contenuto del principio attivo psicotropo (THC) capace di avere effetti stupefacenti, mentre canapa si rivolge alla cannabis da fibra utilizzata a livello industriale con un contenuto di THC pari o inferiore allo 0,3% (contenutonon in grado di causare effetti psicoattivi) e con un contenuto variabile in CBD (cannabinoide non psicotropo).

La distinzione è stata indicata da Ernest Small nel 1971 su base legale, infatti il limite di 0,3% non è stato deciso valutando il contenuto effettivo di THC necessario per avere un effetto stupefacente, ma un contenuto ritenuto “sicuro” e da allora scelto in modo arbitrario come limite ufficiale, lo sparti acque tra marijuana e canapa che si è imposto nel nostro pensiero. Ora, il termine politicamente evoluto di marijuana è cannabis o Cannabis sativa.

Le differenze scientifiche ci sono, sono state definite e scoperte: le forme enzimatiche responsabili della biosintesi del THCA (forma acida del THC osuo precursore) e del CBDA (forma acida del cannabidiolo), rispettivamente THCA sintasi e CBDA sintasi, sono presenti in entrambe le piante ma attive diversamente. Questo in definitiva porta una pianta ad accumulare più THCA rispetto a CBDA e viceversa. Non è solo questo: recentemente è stata identificata una variante nella THCA sintasi della canapa rispetto alla cannabis che fa sì che la prima sia meno attiva dellaseconda. Questa scoperta pone le basi per distinguere in modo inconfutabile la cannabis stupefacente dalla canapa da fibra senza andare a valutare il contenuto finale di THC (per questo è necessario aspettare la maturazione dei fiori), ma servendosi di un’analisi PCR che valuta il polimorfismo enzimatico.

La canapa ha una lunga tradizione ed uso a livello industriale e sentire qualcuno che parla di Eletta Campana come una “marijuana light” mi viene in mente il caffè decaffeinato, la birra senza alcol quando non è così perché all’Eletta Campana non è stato tolto il THC, l’Eletta Campana è una canapa da fibra e nasce già con un contenuto estremamente basso di THC tanto da non dare effetti psicoattivi. Se poi ve la volete fumare, volete usarla per raccogliere i semi e farci l’olio, la farina, le corde, la carta, i cosmetici…fate pure, ma non chiamatela marijuana.

Uso il dolcificante, eppure ingrasso!

dolcificante-non-nutritivo

 

Se siete tra coloro che: “La vita è troppo amara per non zuccherare il caffè, ma scelgo il dolcificante perché devo perdere peso”, forse state riponendo le vostre speranze nella sostanza sbagliata. Purtroppo non sempre i dolcificanti potranno soddisfare le vostre aspettative, per cui invocare l’aspartame, il sucralosio, la saccarina, il rabaudioside A e qualunque altro alimento dolce ma non-nutritivo (ipocalorico) che abbia il potere di addolcire la vostra bevanda, non solo è inutile, ma anche svantaggioso.

L’impatto negativo che una dieta troppo calorica, data dal consumo di bevande zuccherate e di alimenti dolci, ha sulla salute di ciascuno di noi è evidente. Non serve che io ve lo spieghi. Senza alcuna ombra di dubbio l’utilizzo dei surrogati allo zucchero diminuisce le calorie complessive dei cibi e delle bevande. E che cosa vi aspettate da questo? Meno energia, diminuzione di peso assicurato. Tuttavia non sempre è così. Come direbbe qualcuno: “Dimagrire? Lo stai facendo nel modo sbagliato!”

Gli aspetti negativi non si fermano solo ad un sacrificio sprecato: recenti studi hanno messo in evidenza come l’assunzione di dolcificanti non solo possa incrementare un eccessivo assorbimento di calorie con il conseguente aumento di peso corporeo, ma incrementi anche il rischio di obesità, sindrome metabolica, maggior incidenza di diabete di tipo 2, ipertensione e malattie cardiovascolari specialmente in età adulta.

Come può accadere questo? Perché?

Ancora oggi è difficile interpretare gli effetti che i dolcificanti artificiali hanno sul nostro equilibrio corporeo, ma alcune relazioni causa-effetto sono state chiarite.

Sebbene la “vicenda” sia ben poco facile da spiegare, può essere semplificata in questo modo:

I sapori dolci evocano nel nostro organismo numerose risposte fisiologiche destinate a mantenere un equilibrio (omeostasi) energetico. Quando mangiamo qualche cosa che abbia un gusto dolce (sia calorico che non calorico), noi avvisiamo l’organismo che stanno per arrivare delle calorie e l’organismo si prepara ad accoglierle, ad assorbirle e a facilitarne l’utilizzo. È fisiologico, come quando sentiamo un buon profumino di cibo e ci viene l’acquolina in bocca.

Che cosa succede se usiamo un dolcificante? Il gusto dolce predispone l’organismo a delle calorie che si aspetta giungano ma che, in definitiva, non arriveranno. Questo “inganno” ha diverse conseguenze: si indebolirà l’efficienza di utilizzo delle calorie, diminuirà tutta la cascata di eventi che porta al senso di sazietà facendoci assumere ancora più cibo e predisponendo il nostro corpo ad un maggior assorbimento calorico.

Pensate per un momento al risultato finale se questo tipo di dieta dovesse essere intervallato dall’assunzione di bevande o cibi ipercalorici: il nostro corpo assumerebbe tutta l’energia possibile senza riuscire ad utilizzarla al meglio. In poche parole: i dolcificanti possono essere adipogeni. Possono farci ingrassare.

Quale lezione possiamo portarci a casa? Sicuramente che “dimagrire è amaro”, sotto ogni punto di vista. Se proprio non potete fare a meno del gusto dolce, siate onesti con il vostro organismo: usate del tradizionale zucchero, o meglio del miele e cambiate le vostre abitudini, prima di essere costretti a farlo.

Se volete approfondire di più l’argomento: “Artificial sweeteners produce the counterintuitive effect of inducing metabolic derangements” Susan E. Swithers

Cannabis e Beam test

I processi di screening fitochimico sono dei test effettuati su materiali vegetali, droghe, residui di vegetali, estratti o derivati per molteplici scopi. Ad esempio possono identificare l’identità del nostro materiale vegetale, verificare la presenza/assenza dei principi attivi nella matrice vegetale o all’interno di un suo derivato.

Possono anche aiutare ad identificare piante stupefacenti o sostanze con effetto psicotropo di natura sia vegetale che sintetica.

A tale proposito avete mai sentito parlare di Beam test? E’ un saggio che nasce circa un centinaio di anni fa e che è ancora utilizzato dalle Forze dell’Ordine e non solo per identificare la Cannabis sativa L.

Non mi dilungo sulla natura della cannabis: come voi ben sapete (sicuramente i miei studenti…se hanno studiato) esistono molti chemiotipi (varietà) di cannabis in cui la concentrazione della sostanza responsabile dell’effetto psicotropo (il cannabinoide THC) varia enormemente. Per semplicità si possono distinguere due principali chemiotipi: la Cannabis sativa psicotropa contenente THC in concentrazione variabile e la varietà non psicotropa, meglio nota come canapa, che ha un contenuto di THC inferiore o uguale a 0.2%. Esistono però anche altri cannabinoidi ad attività non psicotropa contenuti in entrambi i chemiotipi di cannabis tra cui il CBD ed il CBG.

Ritorniamo al test di Beam. Come si effettua? Semplice e rapido: si prelevano alcuni grammi di materiale vegetale, si sminuzzano e si estraggono con dell’etere di petrolio. L’etere di petrolio è poi evaporato ed il residuo è sciolto in una soluzione al 5% di KOH in etanolo. Se dopo mezz’ora noterete che la vostra soluzione alcolica assume un colore viola, allora il materiale vegetale da voi esaminato è proprio cannabis. Ma quale? La varietà psicotropa o la varietà non psicotropa? Sì, perché il test di Beam è purtroppo specifico per la cannabis, ma non per il THC visto che a dare la colorazione non è il THC ma gli altri cannabinoidi: il CBD ed il CBG che psicotropi non sono!

Che cosa accade? Il CBD (e così anche il CBG) in una soluzione basica si ossida dando un chinolo (Fig. 1)

Reazione CBD

Fig. 1 Formazione CBD-chinolo

che è responsabile dell’intensa colorazione (Fig. 2).

Beam test

Fig. 2 La provetta di colore viola è una soluzione alcolica al 5% di KOH contenente CBD. La provetta incolore è una soluzione alcolica di CBD

Che cosa accade invece al THC? Niente, un bel niente.

In definitiva, a che cosa può servire il Beam test? A discriminare se il materiale vegetale preso in esame corrisponde a cannabis oppure se in un prodotto o derivato vegetale sono presenti CBD o CBG.

Il mortale riso sardonico

 

maschera sardonica

Maschera sardonica

La famiglia delle Apiaceae comprende circa 3000 diverse specie tra cui importanti piante alimentari (finocchio, sedano, prezzemolo, anice), piante usate come spezie (cumino, coriandolo) e poi la cicuta e l’enante, importanti sì: per gli avvelenamenti che possono causare.

Tutti sanno che la cicuta è velenosa e che le sue intossicazioni possono essere anche mortali, ma pochi conoscono l’enante, una pianta la cui tossicità non è seconda alla cicuta né per pericolosità, né per rilevanza storica.

Il genere Oenanthe comprende specie che hanno il loro habitat in prossimità di luoghi umidi e paludosi come stagni, argini di fiumi, sorgenti e acquitrini. Le piante appartenenti a tale genere non sono tutte tossiche, ma quelle che crescono in Italia sì come lo ha precisato bene il Pignatti nella sua Flora Italica: “Tutte le specie del genere Oenanthe sono velenose per l’uomo e per gli animali superiori”, in particolar modo l’Oenanthe crocata L., oltre ad essere la più diffusa, la specie più importante a crescere in Italia, è anche la più studiata a livello antropologico e scientifico.

Oenanthe crocata, che cosa abbia di così tanto particolare, pochi lo sanno. Eppure tutti conoscono il detto “ridere sardonicamente” inteso come modo di ridere falso e beffardo. Quale connessione esiste tra questa pianta, il riso, la sua tossicità e i gli antichi abitanti della Sardegna?

Testi scritti riportano che in una Sardegna pre-Romanica esisteva una particolare forma di “welfare” destinata agli anziani: una volta non più capaci di badare a loro stessi, erano intossicati con una pianta velenosa, chiamata herba sardonica (Oenanthe crocata) per poi essere buttati giù da un dirupo. Esistono tracce di questo rito nella toponomastica dell’isola tanto che in Ogliastra è documentata l’espressione di portare “is beccius a sa babaieca” cioè “i vecchi alla roccia a picco” e ad Urzulei esiste un picco a strapiombo denominato “pigiu de su becciu” che significa “picco del vecchio”. Al sopraggiungere della morte, il precedente avvelenamento da enante, provocava una contrazione dei muscoli facciali scoprendo i denti e mimando un macabro sorriso denominato appunto “riso sardonico”. Da un punto di vista simbolico, questo riso rappresentava un’esaltazione alla vita e al ricambio della vita stessa. In parole più semplici e tristi: se ridono vuol dire che sono felici, quindi era la cosa giusta da fare.

Il riso sardonico non è stato prerogativa solo delle antiche popolazioni della Sardegna, Omero ne porta testimonianza nell’Odissea (XX v. 301) ed è stato discusso anche da autori classici tra cui Plutarco e Zenobio. Lo storico Timeo di Tauromenio scriveva che esisteva un’erba che chi ne mangiava “veniva colpito da un crampo ed emetteva controvoglia un riso per poi morire in tale atteggiamento”. Lo stupore e la curiosità degli antichi per il riso sardonico era molta a tal punto da raffigurarlo in rappresentazioni grottesche denominate “maschere ghignanti” in cui i lineamenti facciali sono deformati e distorti da un riso innaturale, quasi demoniaco. Queste maschere sono state ritrovate negli esistenti insediamenti fenici di Mozia in Sicilia e nei pressi di Cagliari in Sardegna.

Vediamo da vicino la protagonista, l’Oenanthe crocata L.: ha foglie molto simili al prezzemolo e la classica infiorescenza bianca ad ombrello tipica delle Apiaceae. Ha tuberi di colore chiaro, dalla forma ovoidale e carnosa, raggruppati fra di loro da renderli simili alle dita di una mano tanto da essere chiamati

Oenanthe crocata

Oenanthe crocata L.

comunemente “dead man’s finghers” nei paesi anglofoni. I fusti sono tubulosi e scanalati e, se tagliati,

Oenanthe_crocata tuberi

Tuberi di Oenanthe crocata

emettono un succo giallastro. La pianta fiorisce da maggio a luglio ed è paradossalmente dolce e di profumo gradevole. Il suo nome, enante, deriva dal greco ainos (vino) e anthos (fiore) ma non è ben chiaro se sia dovuto all’odore della pianta o all’iniziale sensazione di stordimento che si verifica in seguito ad intossicazione.

La tossicità dell’enante è dovuta alla tossina che dalla pianta stessa prende il nome: enantotossina e ai suoi derivati presenti in minor quantità (2,3-diidrossienantotossina, 14-osso-

enantotossina

Enantotossina

deidrodeossienantotossina, enantetolo, enantetone), tutti poliacetileni a 17 atomi di carbonio che molto hanno in comune con la cicutossina
dell’omonima pianta. La tossina si concentra soprattutto nei tuberi e non si deteriora al seccare delle radici. I sintomi legati all’intossicazione compaiono in 30-45 minuti e sono caratterizzati da debolezza,

Cicutossina

Cicutossina

abbondante salivazione, nausea, tremori, crampi addominali e vomito. Possono manifestarsi convulsioni e crisi epilettiche seguite da episodi di apnea. In casi di gravi intossicazioni, la morte può sopraggiungere dopo 3 ore dall’ingestione per arresto respiratorio. Tutti questi sintomi sono dovuti principalmente alle due maggiori tossine della pianta: l’enentotossina e la 2,3-diidrodeossienentotossina il cui meccanismo d’azione è stato recentemente scoperto e che consiste nel blocco della risposta GABAergica con una EC50 micromolare in culture cellulari neuronali. Fortunatamente i casi di intossicazione sono rari per l’uomo ma non per gli animali da pascolo perché la pianta spunta nei prati abbastanza celermente, è di sapore dolciastro e si trova proprio in prossimità di fonti d’acqua.

Gli effetti di questo antico veleno sono stati, e sono, così peculiari da attribuire un significato simbolico che si è tramandato dall’antichità ai giorni nostri ed è presente in espressioni e in modo di dire quotidiani. Tuttavia la reale genesi del “riso sardonico” è stata persa nel tempo. La moderna fitochimica, unita a saggi biologici, ha riportato alla luce tali origini e ne ha svelato il motivo.